Bonus Chapter
Il primo giorno di scuola li misero nella stessa classe, nella stessa fila, nello stesso banco. La maestra emetteva odore di pane e di bontà e di capelli che da anziana avrebbe avuto bianchi virati di azzurro e aveva un luccicchio assassino negli occhi, pronta a sterminare le mele marce ed essere materna e amorevole con i più meritevoli. Iave Abele. Presente. Iave Caino. Presente.
Caino abbassò lo sguardo sull' astuccio sul banco, fissò risentito le penne ben ordinate e la gomma e la matita e gli evidenziatori e il righello piccolo, poggiò le mani sul quaderno con la copertina lucida ed ebbe un moto di stizza ripensando al mattino, alla conversazione avuta con sua madre: inutile che vi portiate tutto, il primo giorno di scuola della prima elementare, Caino, scriverai tu quel che ci sarà da scrivere, anche per tuo fratello. Il nervoso gli salì lungo le gambe e gli fece irrigidire le natiche: Abele era buono, tutti lo trovavano angelico, ognuno prima salutava e baciava e strizzava e accarezzava e parlava e voleva Abele. Il secondo. Poi dicevano ciao, frettolosi, a Caino. Il primo.
Ma lui sapeva. Sapeva, conosceva la verità. Abele non era il santo che tutti credevano. Abele aveva pensieri impuri, Abele fissava con sadismo insetti e gatti e cani, Abele mangiava per due, Abele rubava soldi. E la colpa, invariabilmente, ricadeva su Caino.
Il primo giorno di scuola scorse veloce, senza intoppi. Presentazioni, raccontare cosa si fosse fatto nelle vacanze. Abele raccontò che loro erano stati in camper sulla riva del Conero e che con la madre e il padre e il suo fratellino -Fratellino? sobbalzò Caino. Fratellino un paio di coglioni, IO sono il Primo, non TU!- avevano passato lunghe giornate in spiaggia a raccogliere conchiglie e a non lasciare rifiuti sulla sabbia.
Bravo Abele, commentò alla fine la maestra e Caino tentò di spezzare con la forza del pensiero il righello che, ne era sicuro, prima o poi avrebbe dovuto prestare a suo fratello, lo sapeva, lo sentiva, e lui avrebbe tentato di dire di no, la madre lo avrebbe redarguito come egoista e allora tieni, Abele, usa pure il mio righello e glielo avrebbe macchiato, scheggiato e mai più restituito e lui lo avrebbe ritrovato almeno venti anni dopo in un cassetto, rotto. Se lo sentiva che sarebbe andata così.
Nel primo pomeriggio tornarono a casa, a piedi, vicini ma così lontani nel silenzio dei passi. Abele vide un gatto dormire sul gradino di un ingresso, raccolse una pietra e gliela lanciò, colpendo l'animale sulla pancia. Abele rise gutturale mentre il felino si svegliava dolorante e scappava via verso la strada: la risata si fece acuta mentre una macchina che passava tranquilla arrotava il gatto.
Caino chiuse gli occhi e si chiese come fosse possibile essere simili mostri mentre il conducente della macchina ripartiva a tutta velocità. Non seppe darsi una risposta e passando vicino al gradino raccolse il sasso.
A casa la madre li bombardò di domande e felice fece loro mangiare come polli all'ingrasso per poi spedirli a fare il sonnellino pomeridiano.
Abele si addormentò subito, scomposto tra le lenzuola.
Caino rimase sveglio ad accarezzare il sasso levigato che ancora teneva nella tasca dei calzoncini.
Caino si risvegliò con un sussulto. Era ancora in ginocchio, le mani davanti a sé. Non doveva essere passato più di un battito di ciglia. Il calore sulle mani se n'era andato. Ora non restava che umido e rosso, l'odore nauseante del sangue, le ultime immagini di una strana visione che sparivano dai suoi occhi. Aveva sognato di essere di nuovo un bambino, che quello che era successo non era colpa sua. Ricordava che il sogno aveva avuto un senso. Aveva dato un nome alle cose che aveva visto, ma adesso non riusciva a ricordarlo. Non riusciva a ricordare. C'era anche suo fratello?
Caino si risvegliò con un sussulto. Era nel buio, circondato dal calore di suo padre e sua madre. Stavano dormendo.
Aveva sognato di essere cresciuto. Aveva sognato di avere un fratello.
Chiuse gli occhi ascoltando lo scricchiolio lento della capanna, e tornò a dormire.
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