Capitolo 1
di Lorem
1.Primo - Logografia dei primi
No, il Primo si era sbagliato.
Eva, o Ish-A, o la prima Madre, non partorì con dolore. Le mancava la coscienza dello stesso, l'intima connessione tra verbo e sensazione. Persino per soffrire, c'è bisogno delle parole.
Capitava spesso, a quei tempi. E' vero che il Primo aveva portato davanti ad Adamo, a Ish, ogni frutto, roccia o bestia, aveva preteso che il primo Uomo desse a ciascuno un nome, un almanacco di nuovissime sillabe, e poi aveva detto loro che persino la loro lingua era unica e perfettissima, nel Giardino.
E tutto quello che dicevano o pensavano era vero e perfetto, definiva ogni realtà con uno spirito ed una precisione che più avanti l'uomo avrebbe perso. Ma fuori dal giardino, in quella terra brulla e piana, si erano resi conto di quanto nuova e labile fosse la vita, di fronte al suono delle loro molte, perfettissime parole.
E così, Eva ci mise un po' a ricollegare il calore, la pressione, l'odore del suo sangue alla parola "Dolore". Le parve appropriata, lucida e tagliente, come un coltello d'argento azzurro. Poi vide quella creatura così strana che le era uscita di dentro, con quella ferita nel mezzo della pancia, il volto paonazzo e grandi occhi scuri, e se ne dimenticò nuovamente. Era così la loro vita, al tempo. Si limitava a cominciare.
Passavano anni, anni privi di eventi, sia fatta eccezione di questa lenta scoperta della vita. Erano fabbricatori di archetipi, loro quattro- dato che quello strano fatto, quel tipo di "dolore" si era ripetuto, un secondo bambino era nato, ed Eva lo aveva collegato in qualche modo ai loro confusi gesti notturni; le loro esistenze erano rarefatte ma memorabili, e si rendevano conto che ciascuna delle loro abitudini e delle loro sorprese sarebbe rimasta impressa nel mondo, sempre.
Vivevano, senza saperlo, in quell'unico momento della storia umana, prima di Frazer o Campbell o Schuré, in cui non esistevano ancora tribù o antenati o miti, in cui nessuna parola assicurava la pioggia o il sole o il sonno o la morte, in cui nessuno spirito aiutava a colmare l'immenso vuoto di quella pianura grigia. Erano soli.
Forse era per questo, che tutti e quattro sentivano sopra di se, con una forza singolare, il peso di quel cielo vuoto, di quell'enorme mare liquido e compatto, assieme alla paura di sbagliare ancora. Paura dell'errore, più che del Primo.
Forse era stata questo l'unico insegnamento di Ish e Ish-A, in una notte poco prima del fatto.
E tutti e quattro avevano avuto paura, paura o piccoli rimpianti.
Persino i loro corpi, erano archetipi. Erano bianchi e lisci, la fusione impossibile tra carne ed icona, al di fuori o al di là di qualsiasi logica dell'evoluzione. L'Uomo e la Donna erano privi di ombelico, e gli abiti sul loro corpo avevano un aspetto vagamente innaturale; anche i loro volti, che pure non erano simili, possedevano qualcosa nei loro tratti che rivelava un legame unico ed evidente, più forte persino di quello del sangue, che nessun altro avrebbe mai condiviso.
La pelle di Adamo sembrava scurita dal sole. Quella di Eva invece era più pallida, quasi candida.
E invece. Come l'osso. Come l'argilla.
I volti dei loro figli, invece, erano più simili a quelli che io o voi possiamo conoscere o amare, erano maschere più impreviste e reali. Nel tempo le loro differenze si sommavano o si estinguevano, ad eccezione del loro piccolo scarto di età.
Non possiamo dire se essi invidiassero il corpo inattaccabile dei loro genitori, o se fossero lieti di riconoscere sé stessi nel proprio volto, specchiandosi nell'acqua.
In realtà, l'unico mezzo che abbiamo per capire cosa avvenisse in quel tempo è un libro, che risulta poco utile, con la sua scrittura scarna e sapida, secca come sabbia.
Per cui conosciamo le loro azioni, ma non i loro pensieri; rimangono intatte le loro parole, e perdiamo la misura dei loro desideri.
1.Secondo - O la nascita
Dunque, Caino nacque per primo, durante il parto sopra descritto, e di cui si è voluto sottolineare il solo disordine linguistico. La prima Donna invece rimase a lungo sdraiata sul suo giaciglio di paglia e lana, con il piccolo corpo tra le mani. Quella minuscola creatura si era attaccata al suo seno, e aveva cominciato a poppare. Rimase così per quello che le sembrò un tempo molto, molto lungo, la vide saziarsi ed addormentarsi, osservò il calore del cielo che lentamente si spegneva, e vide l'aria divenire rossa, al di là della piccola entrata della loro capanna di argilla. Adamo tardava, quel giorno.
Molte, molte volte, in queste giornate aveva temuto che Adamo non sarebbe più tornato, che potesse scappare o che il Primo avesse deciso di riammettere solo lui nel Giardino; che le era rimasto peggiore della solitudine? Ora era stranamente tranquilla, però. Eva continuò ad ammirare quel piccolo uomo che le era cresciuto dentro; assomigliava sia a lei che ad Adamo, ma in un qualche modo le ricordava anche la terra brulla che lo aveva accolto, i campi e i pascoli senza orizzonte in cui il Primo li aveva scacciati.
"Lo chiamerò Caino", mormorò con aria assorta. Le parve un bel nome, come sempre.
"Caino" sussurrò di nuovo, entusiasta di fronte a quella novità soffice e viva.
Scivolò in un sonno fatto di case, e altri tramonti, e grandi famiglie sorridenti, dove lei era felice, anche più felice che nel giardino del Primo. Poi qualcosa cambiò.
Quando quella sera Adamo tornò alla capanna, vide la prima Madre accovacciata in un angolo, con il neonato in braccio, immersa nella luce rossa delle ultime braci. Assieme avrebbero riso, acceso un grande fuoco, e ringraziato il Primo, nonostante tutto.
Invece vide negli occhi di lei un turbamento enorme e sommerso, e un ombra si posò sul suo cuore.
"Come si chiama?" chiese l'uomo dei nomi.
"Caino" rispose la Madre, con un espressione che lui mai le aveva visto sul volto.
Adamo sentì in quel momento qualcosa di così rapido e terribile che non riuscì a trovare per esso né un verbo né un'immagine; qualcosa che si limitò ad accovacciarsi nel suo cuore, per la prima volta senza nome.
Così l'Uomo senza capire si sdraiò accanto alla donna e al figlio, nella capanna ormai buia, e si addormentò assieme a loro, in silenzio, e lasciò che quel presagio- ammesso che di un presagio si trattasse- si sciogliesse nel buio.
Nella notte, il fruscio delle ali di una sola falena.
Il giorno dopo, e quello dopo ancora, e centinaia di mattine seguenti il sole li accolse con un calore docile, con una luce bianca che li invitava a dimenticare; ed entrambi vollero dimenticare, non aspettavano altro.
Nelle notti, il fruscio delle ali di una sola falena.
A quel punto qualcosa nella loro memoria tornava a mormorare, ed entrambi accorrevano verso la rozza culla di vimini che avevano costruito per il neonato, e rimanevano lì, nel silenzio, cercando entrambi di dare un nome a quel sentimento convulso e improvviso che li aveva svegliati.
Forse però una parola mancava, nell'idioma del Primo, da cui nessuna parola poteva mancare; e così, stremati, tornavano ai loro giacigli, dove si rivoltavano senza prendere sonno fin quasi all'alba. E poi tornavano a dimenticare.
1.Terzo - Una delle storie possibili
Il Libro da cui ricaviamo le nostre poche informazioni (dalle pagine secche e sapide, scarne come sabbia) è meno antico di quanto vorrebbe apparire; e scrive di epoche e fatti che sente vicini nella mente, ma lontani nel cuore. Una vita intera vale uno o due episodi, che una calligrafia devota incrocerà ad altre vicende. E' inevitabile che la poca verità che rimane attorno ad un uomo possa svanire, cancellata da caratteri troppo neri e nitidi.
Quanto a Caino, e al marchio che il Primo (che altri chiama YHWH, Ildabaoth, o con altri nomi ancora) tracciò sul suo volto, e al secondo e forse più terribile che egli stesso impose al proprio animo, sul suo nome non rimangono che poche parole, e un nugolo di miti neri come mosche.
Probabilmente qualsiasi certezza riguardo a quegli uomini e quei tempi si è rivelata per quello che le certezze sono davvero, nient'altro che polvere, e di qui si procederà per invenzioni e illazioni, ora feroci, ora goffe.
Ne risulterà una storia, forse non la migliore o la più certa, ma di sicuro una delle storie possibili.
Ammesso che sia possibile guardare nell'altrui buio, e tornarne con un brandello di luce.
Ogni uomo scrive la storia dei propri discendenti. Ma un giorno saranno i suoi discendenti, a scrivere della sua.
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