L’Uomo dei Miracoli
Erano
precisamente le sette e quindici sulla vecchia pendola quando la macchina entrò
nel viale d’ingresso. La luce del tramonto scendeva obliqua sulla ghiaia del
viale attraverso i neri alti alberi ornamentali. La campagna era rossa. La città
sullo sfondo era sfumata dalla foschia e gli ultimi uccelli del giorno
sfruttavano la luce che restava per cantare e volare frenetici da albero ad
albero.
La macchina superò il
cancello di ferro battuto.
-Sta arrivando- disse
Francesca.
-Cosa?- Alberto arrivò dal
soggiorno correndo sulle punte. -Sta arrivando?
-Guarda.
Alberto sollevò un lembo
della tenda con il dorso della mano.
La macchina si fermò davanti
alla breve scalinata per il portone. Una Punto bianca macchiata di fango. Da
quanto era dato vedere il guidatore aveva gli occhiali da sole.
-Sarebbe quello?- disse
Alberto.
Il guidatore aprì la
portiera e scese con un saltello reso goffo e pesante dal freddo dell’autunno
inoltrato. Aveva jeans blu, scarpe da ginnastica bianche e un parka giallo, la
faccia coperta dall’ombra del cappuccio e dagli occhiali.
-Non so- disse Azzurra
sporgendosi tra Francesca e Alberto -sembra così proletario.
-Conosci qualcun altro?-
disse Alberto.
-Non conosciamo neanche
lui.
Il parka aveva un vago odore
di muffa - sì, muffa, pensò Francesca aprendo la porta. Era come se il guidatore
fosse rimasto per anni chiuso in una cassapanca in fondo a una cantina. E adesso
eccolo davanti alla loro porta, sullo sfondo rosso sangue del giardino.
-Sono nel posto giusto?-
disse. Sembrava divertito per qualcosa. Diede un’occhiata a Francesca, poi
dietro di lei ad Azzurra e Alberto. -Sì, direi di sì. Posso? Grazie.- Passò
oltre Francesca e gli altri e si guardò intorno. Aveva una ventiquattrore nera,
lisa sui bordi. La posò a terra, tolse gli occhiali e tirò giù il cappuccio del
parka rivelando una massa incolta di capelli biondo scuro fino a metà
collo.
-Um- disse Alberto -lei
è…
-Shin- disse il guidatore.
-Solo Shin, niente signore.
Nome d’arte- aggiunse prima che potessero chiedere.
-Shin- commentò
Alberto.
Shin si sporse a guardare
una sala da pranzo apparecchiata per cinque. Tovaglia ricamata, candelieri,
doppio servizio di piatti, una posata per ogni portata e tutte le portate
necessarie. Seduto a capotavola un tipo grassoccio in smoking si stava
ubriacando con lo champagne.
-È di qua- disse Alberto
tirando la manica di Shin nella direzione opposta. -Da questa parte.
-Ah, giusto. Quanto tempo
abbiamo?
-Bè, il tempo non è un
problema ma…
-Sì, va bene. Dov’è?
-Eccola- disse Alberto
fermandosi sulla porta del salotto.
-Ah- disse Shin guardando
dentro. -Aha… da quanto tempo è morta?
-Due ore.
Da qualche parte dietro di
loro una delle ragazze singhiozzò.
-Ah- disse Shin. -Due ore,
si può fare. Come si chiama?
-Diamante.
Diamante era una ragazza
bionda, fasciata in un vestito da sera nero, e morta. A quanto sembrava dallo
stato della stanza era stata sbalzata dal grande tavolo lucido fino alla parete,
a circa due metri, forse tre di altezza, e poi era caduta a terra, dove era
rimasta. Il vestito era probabilmente seta cruda.
Una delle sedie si era
fracassata contro il muro. Una lampada era caduta spargendo cocci blu e bianchi
per buona parte del pavimento. Diamante era fredda e bianca nel vestito di seta
nera.
Shin si accese una
sigaretta.
-Allora, fatemi capire-
disse tracciando una traiettoria dal tavolo al muro. Al centro della superficie
scura del tavolo una serie di cerchi concentrici era disegnata in gesso rosso,
parzialmente esplosa, con numerosi simboli in gesso rosso irriconoscibili. Era
come se qualcuno avesse soffiato nel centro, e poi avesse acceso un fuoco, o
l’opposto. Il centro era nero e opaco, il legno distorto per il calore. -Fatemi
indovinare. Avevate deciso di fare questa… come la chiamate?
-Seduta.
-… di fare questa seduta
prima di cena, giusto- disse Shin. -Niente di male fino a qui. E poi c’è stata
questa… fiammata?
-Non potevamo sapere che
sarebbe successo qualcosa del genere- disse Francesca.
-E Diamante è stata lanciata
attraverso la stanza.
Azzurra annuì a braccia
conserte. -Hai una sigaretta?
Shin passò una sigaretta.
-Vabbè. Sul tavolo, dai.
Alberto prese Diamante per
le caviglie. Diamante scivolò sulla parete tracciando un arco di sangue con la
testa e colpì il pavimento con un rumore sordo. Shin la prese per le braccia,
contò fino a tre e lui e Alberto la sollevarono fino al tavolo.
La testa aveva una ferita
lacero-contusa intorno alla nuca, ma la parte brutta era il collo. Spezzato in
due punti. La spina dorsale era saltata e un tratto aveva forato la pelle.
Qualcuno emise un gemito. Il sangue era gocciolato per tutto il tratto
parete-tavolo sul pavimento di cotto e il grande tappeto a disegni floreali.
L’odore denso e appiccicoso saliva a piccole ondate.
-Diecimila- disse Shin.
-Sì, lo so- disse Alberto.
-Francesca…
Francesca andò a prendere i
soldi sui sottili tacchi a spillo.
-Prendi questa- disse Shin
facendo comparire una pistola dal parka. -Alberto, prendila.
-Perché?
-Sicurezza personale.
Francesca rientrò con una
piccola massa luccicante tra le mani.
-Quello cos’è?- disse
Shin.
-Collane.- Francesca mostrò
la merce, oro e pietre di vario genere. -Sono più di diecimila.
-Avevamo detto
contanti.
-Dove li prendiamo diecimila
adesso?
-Vuoi dire che non c’è una
cassaforte qui?
-Bè, sì, ma non abbiamo la…
cos’è quella?
-Una pistola.
-Perché?
-Sicurezza personale.
-Perché?
-Bè, io non so cosa
esattamente abbia lanciato Diamante contro il muro. Alberto, puntala contro di
lei.
-Contro di lei?
-Sì, contro Diamante.
Queste… come le chiamate, queste cose… entità? Queste cose si nascondono, a
volte. Uno che lavora con me mi ha detto che una volta uno di questi affari si
era infilato nella testa di una ragazzina. Già, e poi c’era rimasto bloccato
dentro per settimane quando avevano dovuto sopprimerla.- Shin fece un cenno
verso Diamante. -Non voglio essere il prossimo a finire contro qualche muro,
quindi se si sveglia e fa… delle cose che non dovrebbe fare, spara. Benissimo…-
Fece sparire le collane nella tasca interna del parka e aprì la
ventiquattrore.
L’unica cosa che la
ventiquattrore conteneva era una piccola bottiglia di vetro con contagocce.
Nella bottiglia un denso, traslucido liquido arancione. Shin prese la bottiglia
con entrambe le mani.
-Fluido dei miracoli- disse
prima che potessero fare domande. -Psicoreattivo. Puro.
-Cosa?- disse Francesca
mentre Alberto si girava la pistola tra le mani.
-Psicoreattivo.- Shin le
avvicinò la bottiglia. -Pensa a qualcosa di brutto. Quello che vuoi.
Il liquido si screziò di
nero e sembrò diventare più pesante, finché non fu denso e morto come
petrolio.
-Ora qualcosa di bello.
Francesca corrugò la fronte.
Il liquido si schiarì, ora un arancione limpido.
-Spero davvero che funzioni-
disse Alberto. -Personalmente non crediamo a nessuna di queste cose, ma suo
padre- e mosse la testa in direzione di Diamante -si aspetta di vederla tornare
per le undici. Che gli diciamo se questa cosa non funziona, che c’è stato un
incidente?
-Sì, capisco. Indietro.
Tieni puntata la pistola.
Shin fece cadere alcune
gocce di liquido sulla spina dorsale esposta di Diamante, trattenne il respiro e
la infilò di nuovo nel collo con due dita. Sentì una serie di crepitii umidi.
Estrasse le dita appena prima che la pelle cominciasse a ricucirsi sulla ferita.
Voltò Diamante. Le aprì gli occhi e fece cadere una goccia di liquido in ognuna
delle pupille. Chiuse le palpebre, chiuse la bottiglia, fece un passo
indietro.
-E adesso?- disse
Francesca.
Diamante inspirò
violentemente, si contrasse in un arco isterico, e ricadde sul tavolo respirando
pesantemente.
Alberto si chinò su di lei.
Respiro regolare, battito regolare. Le sollevò la testa. La nuca e la spina
dorsale erano a posto. -È…
-È a posto- disse Shin
rimettendo la bottiglia nella ventiquattrore. -Potete pulire il muro, direi.
Sentite, se per caso aveste ancora bisogno di m…
Shin si fermò. Qualcosa
stava ringhiando. Diamante, a quattro zampe sul tavolo, stava grattando sulla
superficie di legno. Era in parte circondata da una figura dorata, una forma
quadrupede come qualche tipo di animale di luce. La forma scompariva a tratti
nella sua figura, poi compariva di nuovo, dibattendosi come se Diamante fosse
stata qualcosa di scomodo e troppo stretto di cui cercava di sbarazzarsi. La
cosa stava ringhiando.
Ci fu uno sparo. Una massa
rossa esplose dalla testa di Diamante e si sparse sul fondo della stanza. La
figura dorata scomparve ritraendosi in Diamante e la ragazza cadde sconnessa sul
tavolo.
Alberto aveva ancora la
pistola puntata.
-Oh cazzo- diceva. -Oh
cazzo.
Francesca si era buttata
dietro il tavolo. Azzurra non aveva fatto in tempo a fare niente.
Shin si rialzò dal pavimento
appoggiandosi alla parete.
-Appunto- disse. Tornò al
tavolo. Ruotò la testa di Diamante per controllare i fori d’entrata e di uscita.
Avresti potuto infilarci una mano dentro. Non riparabile. La lasciò cadere
scuotendo la testa.
-Vabbè- disse avviandosi
verso la porta. -Sapete dove trovarmi se vi servo ancora.
Controllò che la
ventiquattrore fosse chiusa, tirò su il cappuccio del parka, e uscì.
La notte era appena scesa
sulla campagna. L’ultimo alone viola si stava spegnendo all’orizzonte. Gli
uccelli avevano smesso di cantare.
In piedi davanti alla
finestra Francesca guardava Shin che si allontanava sulla Punto bianca lungo il
viale di ghiaia. Alberto era al telefono.
-Pronto?- stava dicendo. Era
come se stesse parlando da Marte. -Pronto, Emanuele?- Guardò il corpo di
Diamante sul tavolo del salotto, un ticchettio costante di sangue che cadeva sul
tappeto. -È successo un incidente.
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