Sab viveva in un elegante condominio dall’atmosfera aristocratica all’altra estremità di Firenze. Oscar era atteso per il tè delle cinque. La strada di Sab scendeva verso il viale e il resto della città. Sul lato sinistro un lungo muro di cinta, qualche palazzo, alberi e deviazioni laterali.
Non dovevano essere molti i ciechi che vivevano da soli. Oscar aspettava davanti alla porta bianca dopo che il campanello aveva suonato due rintocchi, poco più che vagamente percettibili per un essere umano standard. Sab aveva parametri diversi. Una volta Oscar aveva provato il suo impianto stereo. Sab gli aveva dedicato un’intera stanza. Ogni due o tre mesi faceva sostituire qualche componente con una nuova versione più avanzata. Tutti i suoi computer erano stati strane opere uniche di assemblaggio, ed erano sfumati l’uno nell’altro mano a mano che i componenti erano stati sostituiti. C’erano state tastiere Braille, terminali Braille e, più recentemente, comandi vocali e lettura audio dei dati. Il genere di apparecchiatura che avevi l’impressione fosse sempre custom-built (in realtà era solo custom-assembled). Era uno spasso vederla fare lunghe conversazioni con le pagine web.
Sab aprì sorridendo. Occhiali neri, capelli biondi, vestaglia bianca da camera. La prima cosa che ti aspettava nell’appartamento di Sab era una sensazione di smarrimento. Bianco dietro la porta bianca. Nessun punto di riferimento. Nessun quadro, soprammobile, riviste dimenticate in giro. Chiunque lasciava in giro delle riviste. |